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Da comunque uomo (Ellemme)

Il primo libro di Fiorentini esplora sperimentalismi metasimbolici ed è frutto di otto anni di ricerca. Il Metasimbolismo cerca l’origine del simbolo attraverso sonorità evocative, dove la poesia assume aspetti liturgiuci, diventando quasi un Mantra che traccia il cammino per arrivare all’archetipo.

Né ho bevuto sul greto dell’infida
Né tantomeno ne ho scorto il lugubrio
All’imbrunita quiete
           Tra selci inesprimenti
                   Ho pianto.

 

Il quando non trattiene                        ….fugge…. 

 

Hezebel atrittico trigamico
Ha l’anima tetragona
                   Iscrive esperendo
                   Quale silenzio e quale pudore Criptofante cratoressia
Immane riducesi atempore

 

È d’albe irosa quiete
Aria atlantica prima ostica
                   Ora alitare divino
                   E sul mio volto a scalfire nuove rughe
                   Non trovo desiderio che conosca il dove
                   Non apro destino che comprenda
                   Io volo
                   E quanto in una notte scompare
                   Così emana rattristato e traspira alieno il tempo
                   Per forse soffrire la morte dell’intanto

Incauta magia del mentre (Kairòs)

Ormai la poesia è diventata un cammino iniziatico e, dopo la sperimentazione metasimbolica, si passa a un livello più conciliante, seppur sempre impegnato nella ricerca dell’archetipo, tracciando una netta virata nello stile del poeta, che inizia a percorrere cammini di maggiore lirismo.

L’inizio

Ad una ad una le note di questa insana sinfonia
Come sorgendo da un’altra quiete
Si sciolgono e fluiscono lente
Fino a perdersi nei sogni
Preda di un unico spazio, risorgono nel mentre
E tutti i “mentre” si susseguono per non finire mai
Vivi nel momento che resta tale, come lo svolazzo di un lenzuolo al vento
Come la nuvola dissolta
E come la vita che è, e non può far altro che essere
Io le raccolgo e le canto
Ma loro vanno via
Si perdono e ritornano, si sfaldano e si accendono, muoiono e rivivono
Nel canto di una vita che scivola e passa
E che non torna.

                                                                Fui forse un forse
                                                                Pertanto inutile

Millantatori balordi
Saziatevi al mio banchetto
Ho troppo tempo che mi nasce dentro
Per perdermi nelle vostre abluzioni
E seppure sconfinaste tra oblio e catene
Io mi perderei nella fuga del vento
Nulla è dato al caso fuorché il vostro inutile schiamazzo
Che lascia indifferente l’universo
Nulla è vittima del vostro scempio
Finché il sogno ha un suo sogno da vivere

                                A Pasolini

                                             e il ticchettìo risolve ogni speranza

In questa scalza notte
felpate idee sorvegliano
qualora illudermi volessi
che ancora esiste Dio

quiete d’intanto si dilata
mentre apostata palpito
denso e buio
mi trangugia

ch’io mi perda e non travisi
quanto ancor resta sconosciuto
a far di vita semina
perenne.

Amore
Non accusarmi cieco e ritroso
Ma fonditi nel domani di un intarsio divino
Dividi bruciando ieri ed oggi e domani
Che ormai si fondono nei ricordi
Perché la vita stessa non sia eco
Di riflesso destinato a perire
Ma fiore che nasce vive e muore
E nel frattempo è seme

GRIDO! (Rupe mutevole)

Con Grido si fa più evidente la necessità di uscire allo scoperto. La poesia, che ormai procede nella ricerca di una voce interiore senza bisogno di sperimentalismi, ora può aprirsi come un fiore e diventare più dialogante.

Vorrei avere un tuo minuto
tuo, non mio
per viverlo come lo vivi tu
e capirti.
Un solo minuto per essere te, non me
per entrare nel tuo corpo, nella tua mente, nel tuo spirito
vedere la tua anima,
e poi spaventarmi e tornare in me
perché solo in me posso vivere.
So che un solo minuto della tua vita mi renderebbe folle
non potrei tornare ad essere me.
Lo so,
ma in che altro modo posso amarti?
Io resto io, tu resti tu,
non conosco il tuo mondo,
lo immagino riflesso del mio
ma è altro.
E un tuo minuto val bene una vita di pazzia,
se vivendolo saprò cosa ho saputo darti.

 

Nella notte, quando il soffio della preghiera si addolcisce
e anche il silenzio si appresta a tacere
il mio respiro si fa gesto e traduce ansie nascoste.
Poi la coscienza ormai rilassata abbandona la realtà
per farsi sogno,
altra coscienza che di giorno dorme.
Solo allora si aggrovigliano pensieri e paure
in tormentate lotte.
È l’anima che a luce spenta si libera dal pegno
pagato da ogni uomo
In quel momento così astratto, così imprendibile, così fragile
l’uomo si avvicina a Dio, il suo Dio
che vigile sorveglia
e che perdona.

 

A voi, silenzi che siete tra le parole
e che soli non siete nulla
dedico il mio respiro
a bocca chiusa.
Siete lì senza saperlo, privi di tempo
a dare senso ad ogni poesia, ad ogni racconto.
Chi non vi pronuncia non conosce il valore della notte
della mestizia della morte
e della vita stessa
che solo grazie a voi si riconosce rumorosa.
Silenzi,
non lasciate che il mio canto si privi di voi
perché solo il vostro ritmo
la vostra pazienza
e il vostro essere sempre a disposizione, nell’attesa
sospesi tra un attimo e l’altro
dà un senso a ciò che non ha senso
Aiutatemi a cantare quest’ode muta
facendovi coro di vuoto e nulla
per ricordare che la parola
non esiste
senza il silenzio.

 

Per te, demone insano, sono in cammino
ho per bagaglio dubbi, riti, pensieri,
maledizioni, ritmi, insegnamenti,
sogni, esperienze, gemiti, silenzi…
Vado dove prima non ero
e dove ancora non sono.
Direbbe, uno studioso, che è il domani
ciò che mi porta a te.
Ma come credi?
Domani ancor non è, c’è solo adesso.
E senza guida adesso sono vivo
Perché solo così percorro il mio cammino.

 

Questo spaccato di silenzio
che traccia echi d’invidia
scagionandoli
non può per alcun tema andar disperso
né tantomeno aggiungersi al rumore
Può solo essere grido
salire dalle viscere alla gola
fino ad aprir la bocca e ventilare
con voce e con saliva
la sua folle ragione
Grido sarà, non tanto per sfogare
ansie represse
non per falciar dolore
né per disperazione
Grido sarà per esser dimensione
e per tracciare il senso
di questa vita mia
che piano passa…

Sinfonia (Ensemble)

È in Sinfonia che lo stile dialogante arriva alla sua massima espressione. La poesia non smette di essere un percorso evolutivo, ma se il cammino è interiore, la necessità di rivolgersi al mondo, che altro non è che l’espressione esteriore di ciò che è interiore, diventa una guida lirica che si esprime nei versi.

In quest’ora così marcia
così insulsa
così mestamente passabile
scrivo versi.
Non cerco poesia, ma nobiltà del tempo
voglio che quest’ora non passi invano
e anche se scriverò sciocchezze
ho viva la speranza che saranno
una mano tesa
che chiama e chiama…

 

Come un fiore che non sa di appassire
mi vesto per la vita, la affronto
la penso senza fine, la spreco…
Tu no?
Non credo che vi sia un nesso tra ciò che fai e ciò che faccio
ma una similitudine, sì!
Siamo fatti della stessa carne
abbiamo le stesse paure
soffriamo per gli stessi motivi
ridiamo a volte
ed è come se la vita non contasse
come se non fossimo altro che individui
che passano e che nessuno ricorderà.
Eppure anche tu hai paura, come me, di essere inutile
anche tu appassirai, come me, e passerai
e allora, perché non prendersi per mano
correre a perdifiato giù da quel pendio, come due bambini
e invece di vivere nel buio
essere per un giorno, per un attimo, per un battito di palpebre
liberi come Dio?

 

Vorrei essere l’aria che si fa vento
per infilarmi sotto i tuoi vestiti
e lì
cercare la tua pelle fino ad esaurirmi.
Avessi potuto dirlo a vent’anni…
Ma il vento era tempesta stordita di paura
e la carezza bruciava
come paglia.
Oggi invece taccio
perché ti vedo come sei, non come ti voglio.
Oggi sono aria che si fa vento su di te
e ti abbraccio fino allo sfinimento
anche se non te ne avvedi.
Oggi è silenzio la parola
è vita la passione
è pace il tormento
e ciò che una volta volava in scintille
si fa soffio e accarezza le tue forme
in un palpito di tempo che dice:
avessi vent’anni, non t’amerei così tanto…

 

Serpe

Per poi tornar bambini
come se la vecchiezza nel suo lemme avvicinarsi
altro non fosse che un incantatore di serpenti
che nella melodia sospende la sorte
per poi, chiusa la cesta, avviarsi ad altri mercati.
Si può, forse, in un ammanco di veleno
uscir dal vimine e inoffensivi rastrellar villaggi
e, pur se non portatori di mortali morsi
d’intorno urla di paura e gesti incontrollati
si aprirebbero come ventagli fino ad esser strade
deserte per l’arrivo dell’infida bestia.
Ma la realtà ci vuole sedotti
da melodie inesperte e da occhi taglienti
per uscire al canto e rimaner chiusi al chiasso
perché di noi la serpeggiante natura
va controllata, e con essa anche l’angelo che vive
tra terra e cielo, in un incantamento ancora inespresso.
Dicevi: Kundalini, serpente piumato, tentatore dell’Eden
dormi, sei una serpe!
Invece io t’imploro: apri la cesta
lascia che io strisci fino a capire come si fa a volare
perché il rettile è canto di rondine capovolto
ma canto sarebbe, non serpe, se questa vecchiezza incantatrice
non avesse sospeso la mia sorte
di ritornar bambino al nuovo inizio
e all’altra morte.

 

La voglio piena di fuoco
la musica del mio funerale
e di vita schioppettante
e di chiacchiericcio denso.
Non suonatela in tono minore
le emozioni lasciatele da parte
la musica non si esprime con ciò che è stato
o che non è stato
ma con tutto quello che ancora resta da suonare…
Perché la musica è un vuoto
che chiede solo d’essere colmato
con nuove invenzioni, con nuove idee.
Per questo la mia morte voglio che sia piena di allegria
di colore, di gioia…
E se ho ben vissuto
salutatemi con un applauso!

I colori dell’iride (Ensemble)

I colori parlano, si esprimono attraverso le parole e a volte si ribellano alla loro condizione. Vi fanno cornice il nero e il bianco, due non-colori simbolo dell’assorbimento e del riflesso, poli opposti della stessa energia. I temi cari a Fiorentini sono trattati con distacco, come quando un violinista scompare per permettere alla musica di volare senza di lui.

Nero

Vorrei aggiungermi a quella smania di colore
che dal suo pulpito mi guida
per sgocciolare con le sette meraviglie
ma non posso.
Dicono che io fagociti la luce
ma è vero il contrario: io sono il pianto della luce
il suo sostituto.
Quando lei non c’è, eccomi qua, provvidenziale
un tappabuchi triste e buio.
Questa è la mia sorte.
Ma se solo qualcuno guardasse quanto di inespresso c’è
nel mio cuore
quanto i palpiti oscuri che mi animano sono dolorosi
quanto la mia mancanza di forme e di aliti nasconde
allora forse la mia supplica sarebbe ascoltata
e quel qualcuno
in me entrerebbe
per mai più uscirne
vivo.

 

Così come sei
burlona, schiva, birichina
o vita
ti terrò con me, fino alla fine.
Sei bugiarda, tentatrice
e vinci sempre al gioco…
Ti piace, in particolar modo, giocare ad acchiapparella
io ti cerco e ti seguo
senza mai afferrarti.
Ma no, mento, ti ho presa, sì, ricordo
era una notte di luglio
e da allora abbiamo sempre giocato insieme
io qui e tu la mia avversaria.
È una sciocchezza, sai? In realtà è bello così: io e te
siamo fatti per spiarci, per desiderarci
per avere notti piene di sogni
e sogni pieni di nuove possibilità
ma non per toccarci.
Noi due, vita, siamo quelli del nascondino
tu da una parte e io dall’altra
siam fatti per eluderci e null’altro.
So che finirà
– un giorno, una notte, che importa –
il nostro gioco
allora smetterò di desiderarti, vita
e tu ti girerai dall’altra parte in cerca di nuovi avversari…
Io, stanco delle tue beffe, capirò
perché, vedi, gli occhi che ti bramano sanno che averti
tutta, completa, fino in fondo
ucciderebbe il desiderio
lo stesso che oggi
mi fa credere nella felicità
e mi porta a cercarla.
Sarà così, per me, per sempre:
vivere cercandoti, vita, e mai trovarti
ma sempre felice, spudoratamente felice
perché io so che sei, vita
unica, così.

 

Siamo ridotti a pelle e gambe,
noi che di poco ci nutriamo
se non di quel vento buio
che paventa l’asfissia.
Da qui, oltre che ritorte preci
partono coraggio e disperazione
uomini di sabbia
ribelli al destino
pochi riescono a vivere, pochi a morire
tutti intenti a sopravvivere
senz’anima.
Questa è la storia del mondo, amico mio
su terra popoli di morti in vita
si azzannano per un tozzo di pane
che sia nutrimento fisico o dell’ego
in fondo non fa differenza
se l’umana lotta è fame o compiacimento.
La fine cos’è? Morire senza vittorie o senza lotte da raccontare?
Un uomo vale poco se non per la dignità che resta
e quindi sia il destino che la lotta
non dicano che fare, ma si tacciano!

 

E tu, angelo furente
non aspettarmi al varco come fosse tuo dovere
non cedere al mutamento che mi attende
semmai lasciami fiorire prima che succeda
concedimi più tempo
perché tu sai che ancora è vita
quel rigagnolo di interiora e membra
che mi fa uomo.
Così, non stupirti se a te non rispondo
non adirarti se ignoro la tua chiamata:
io non ti amo, angelo di morte!
Io voglio sciogliermi come il ghiaccio al sole
evaporare come l’acqua che bolle
diluirmi nell’infinito, essere tutto, essere te
ma non essere insieme a te.
Per questo, angelo di minacce, di rabbia,
di velluto, di sterco, di pazzia
riservami un altro momento
per compiere questo destino
che consumo
senza vocazione
e concedimi vita
disordinata, improvvisata, stupida
ma unica
perché ogni giorno è giorno
per la prima volta.


Colori

Cos’è mai la luce
se non una smania di colore
che si allontana dalla noia
che luce non è?
Si trova, la luce
in ogni ruga della vita
in ogni attimo ribelle
in ciascuno di quei momenti
che non si piegano al passo del tempo
ma che si dilatano
che rimangono per sempre fissi nell’anima
che tutti insieme fanno il perché della vita.
Questo però va chiarito:
non è la memoria
ma l’anima che alberga quegli attimi
nostri o non nostri
non importa.
Quando il dolore stana la tristezza
e si predispone a farne un idolo
l’attimo non teme la sfida
e si impone nella sua lucentezza
perché solo lui, ora e sempre
la fa da padrone.
Non è la tristezza
ma la gioia che piega la vita alla sua volontà.
Non è il buio
ma la luce che guida le nostre volontà.
Non è la morte
ma la vita che, pietra su pietra
diventa un muro a secco
che divide due campi
uno di grano, l’altro di girasoli…
entrambi macchiati di papaveri.

Anonimo Monteverdino – riflessioni sulla storia recente (Ensemble)

Parallelamente al suo percorso poetico, Fiorentini ha coltivato l’arte del sonetto, spesso dialettale, ma sempre ironico e burlone. I suoi sonetti in parte sono pasquinate, cioè, componimenti poetici che prendono di mira il potere o i fatti del giorno, e che devono essere rigorosamente anonimi (da lì la necessità dello pseudonimo). Trattandosi, ormai, di eventi non più attuali, l’identità dell’Anonimo Monteverdino può essere rivelata.

L’inno Nazionale

C’era ‘na vorta ‘n piccolo cantante
che er pane quotidiano arimediava
mischiato ar personale navigante
cantanno pe’ chi ar tempo navigava

ma l’alligalli e er twist quell’omo errante,
che ‘ntanto imprenditore diventava,
abbandonò pe’ ‘n canto più ‘mportante
scritto quando l’Italia cominciava.

Ma quanno lui dovette fa’ li conti
cor verso “noi alla morte semo pronti”
fece “così così” con una mano

coll’artra, de nascosto e piano piano
co li fedeli sui commilitoni
de certo s’è grattato li cojioni!

Nel marzo del 2009 in un evento istituzionale, l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, cantando l’Inno di Mameli, fece con la mano il gesto “così così” al verso “siam pronti alla morte” .

La moglie piantagrane

Poiché la casta annava rinnovata
lui scerse du’ veline, tre modelle
sì belle e profumate giovincelle
e nominò la topa candidata.

La mojie, piantagrane rinomata,
disse “Si te volevi fa’ ‘na pelle
mica dovevi anna’ co’ le pischelle!
Guarda che anch’io so’ ‘na bella patata!”

Dato che questo è scritto sur giornale,
er popolo è diviso ner giudizzio
su chi dei due sia stato l’amorale.

E ‘ntanto la patacca elettorale
diventa er parcoscenico der vizzio:
questa è l’Italia in modo generale!

Nel maggio del 2009 ci fu un gran parlare a seguito di alcune dichiarazioni di Veronica Lario, l’allora moglie di Berlusconi, fece riguardo al comportamento del marito, arrivando a definire la candidatura di alcune “veline” come “ciarpame senza pudore per il potere”.

Ritornano i Savojia, e noi cantamo

Fatti recenti c’ hanno dimostrato
che er popolo de quest’Itajia mia
che a li Savojia l’ha cacciati via,
è stato, ‘n’artra vorta, cojionato.

Questo Savojia adesso è ritornato
pe’ racontacce mo’ , ‘n’artra bucia
cantanno ‘sta canora melodia:
“Itajia amore mio, t’ho sempre amato”!

Detta da lui, se devo esse’ sincero,
fa ride’ a crepapelle ‘sto paese.
Ma er popolo sovrano è ‘n po’ fregnone

pe’ cui permette quest’esibbizzione
‘nvece de di’ chiaro a ‘sto borghese:
“A pricincipe, ma va a magna’ er sapone!” .

Italia amore mio è una canzone interpretata da Pupo, Emanuele Filiberto di Savoia, e dal tenore Luca Canonici, presentata al Festival di Sanremo 2010.

Li miti dell’Itajia

Vorebbe dedicare ‘sto sonetto
a segnala’ quer ch’oggi fa’ tendenza:
Lapo, Noemi, er pricipe furbetto
Sgarbi e Briatore, i re dell’apparenza

Corona, Lele Mora, e adesso smetto
perché nun ha mai fine la scemenza.
E er peggio è ‘n’omo vecchio e piccoletto
che ha monopolizzato l’emittenza.

Ladri, aruffoni, ‘n principe borghese
furbetti e delinquenti in libbertà
ecco li miti de ‘sto mio Paese

triste destino de ‘st’Itajia mia
che nun avenno più ‘n’identità
prende a modello proprio chicchessia.

In quel periodo non si faceva altro che parlare di ignobili personaggi, in qualche modo mitizzati, che ben poco avevano da insegnare al Popolo Italiano.

Er primo maggio è ancora la festa dei lavoratori?

“Lavoratori tutti all’arrembaggio!”
Strillava ‘n’operaio ‘n canottiera.
“È festa pe’ noi tutti. È er primo maggio!”
Io me lo guardo e dico “Bonasera!

Chi porti ‘n piazza? Gente de passaggio?
Pe’ tanti, ormai er lavoro è ‘na chimera,
e nun è più ‘na festa, ma ‘n miraggio.
Che te voi celebbra’? Va ‘n piazza e spera!”

Lui me rispose “Sì, forse hai raggione.
Ma quelli della mia generazzione
ci avemo avuto ‘n testa l’ideale.”

Io je risponno: “Beh, c’è annata male,
er primo maggio ‘n piazza, stanne certo,
la gente verrà solo pe’ er concerto!” .

Ogni primo maggio, a Roma, si tiene un concerto a piazza San Giovanni.

Si Garibbardi l’avesse saputo

Se parla tanto de ‘e celebbrazzioni
dell’unità de ‘sto nostro paese:
centocinquanta candeline accese
de ‘n popolo che ha visto distruzzioni, 

guere, disastri, e poi ricostruzzioni,
li sogni e poi l’idee che se so arrese
lasciando quest’Itajia in mal arnese
co’ ar posto de comando… Berlusconi!

Si Garibbardi l’avesse saputo
che Itajia che sarebbe diventata
tenuta insieme appena co’ lo sputo

corotta, sporca e assai maleducata,
avrebbe detto: “No! Io me rifiuto!”
sarvandoce da questa sceneggiata!

Con l’avvicinarsi delle celebrazioni dell’unità d’Italia, l’Anonimo fa una riflessione su quanto Garibaldi avrebbe apprezzato lo stato attuale delle cose.

Fumata bianca

Iersera è giunto ar Vaticano desco
dopo li voti der cardinalato,
un suddamericano porporato
che stava pure lui sotto l’affresco.

E dar loggione michelangiolesco
è ito ar finestrone e s’è affacciato
rivorto atturbiettorbi, e ha spopolato
dicenno: eccome qua, io so’ Francesco!

E noi, da spettatori de la sorte
de questa Roma che ospita l’Eterno,
nun famose illusioni, qui è ‘na guera…

Si pe’ fa’ ‘n Papa fumano tre vorte
pe’ da’ all’Itajia ‘n pegno de governo
tocca fumasse la Sibberia ‘ntera!

Il 13 marzo 2013 fu eletto Papa Francesco, intanto la crisi di governo continuava.

Ribellione del lettore

Poeti blasonati, ovvia, sentite:
il vostro verseggiar di rime tristi
altro non lascia in me che orgogli misti
al tedio intriso in ciò che voi ci dite

perché nel legger sempre rime trite
mi si rivolta pur la colicisti
e vedo voi come stolti narcisisti
che chiudon porte ch’io vi dico: APRITE!

Se la poesia di versi è la vendemmia
La vostra sembra quasi una bestemmia
Smettete quindi d’imitar la storia

Nel mondo siate quello che ora siete
Perché la storia che voi ripetete
Ci ha rotto l’anatomica amatoria!

In questo sonetto, l’Anonimo, educato alla lingua italiana, riflette sulla mania che hanno molti poeti di scrivere poesia classica imitando i classici. E basta!

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